Il Dipinto

Il dipinto raffigurante La figlia di Jorio, conservato presso il Palazzo della Provincia di Pescara, fu realizzato da Francesco Paolo Michetti per la Prima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (La Biennale di Venezia) del 1895. L’opera ottenne ampio consenso tanto da vincere il premio della Città di Venezia pari a 10.000 lire per aver “reso un dramma umano con sincerità, con potenza naturalistica immensa”. Nel 1898 il dipinto fu acquistato, assieme ad un corpus di opere che si trovava nello studio dell’artista, dal mercante d'arte tedesco Ernst Seeger che lo donò alla Nationale Galerie di Berlino. Nel 1932, in occasione della XVIII edizione della Biennale di Venezia, l’opera fu esposta al Padiglione Italiano dove fu notata dall’allora Ministro dell’Agricoltura e Foreste Giacomo Acerbo, di origine abruzzese, che pensò di far tornare l’opera in Abruzzo e ne propose l’acquisto agli amministratori della Provincia di Pescara, per arricchire la città e il Palazzo sede dell’Amministrazione di un’importante opera d’arte. Nel settembre del 1932 fu concluso l’accordo tra il direttore della Galleria Nazionale di Berlino, dottor Justi, il Direttore Amministrativo della Biennale di Venezia, Romolo Bazzoni, e il Segretario Generale della Provincia di Pescara, Luigi Battaglini, per la compravendita del dipinto al prezzo di 169.000 lire. Date le grandi dimensioni (344 cm x 614 cm), la tela e la cornice viaggiarono a mezzo ferrovia in due casse distinte e la tela fu spedita arrotolata. Il 14 dicembre 1932 giunsero a Pescara dove si procedette immediatamente alla loro collocazione in un salone del nuovo Palazzo della Provincia. Il Direttore amministrativo della Biennale, Bazzoni, si premurò di occuparsi personalmente, assieme al Capo operaio della Biennale, della sistemazione del dipinto sul telaio e del montaggio della cornice, fissando l’opera alla parete in modo tale da non permetterne alcun movimento e garantirne una buona conservazione.

IL TEMA

Il tema del dileggio degli uomini al passaggio di una giovane donna, e dunque “la riflessione sul rapporto tra i due sessi nella società contadina”, fu particolarmente caro all’artista, che lo elaborò più volte in differenti composizioni già a partire dal 1881, quando realizzò un dipinto con il medesimo titolo per l’Esposizione di Milano di quell’anno, noto oggi solo tramite riproduzioni, in particolare quella pubblicata su “L’Illustrazione Italiana” sempre nel 1881. Da I Morticelli del 1880 a Il Voto del 1883 fino a La Figlia di Jorio del 1895, Michetti si dedicò negli anni ottanta e novanta dell’Ottocento ad una ricerca sulle “passioni elementari dell’uomo, così come si manifestavano, ancora intatte, nella società abruzzese di fine secolo”. Attraverso diversi mezzi tecnici ed espressivi, con un approfondito e analitico studio della realtà, dei riti e delle tradizioni popolari, l’artista cercò di creare una sorta di rappresentazione universale dei grandi temi della vita e delle passioni umane. Nella mente geniale dell’artista, La figlia di Jorio non era soltanto un quadro: era un poema di cui una serie di quadri dovevano essere i canti – un poema di passione, di peccato, di odio, come una leggenda nella cui semplicità grandiosa stesse la tragedia d’una vita, attraverso l’Abruzzo estetico e spirituale”. Lo stesso soggetto fu scelto da Gabriele d’Annunzio per il suo noto dramma in tre atti del 1903, intitolato anch’esso La figlia di Jorio. D’Annunzio, pur sottolineando l’autonomia della sua concezione, in alcune lettere private e in un’intervista del 1921 riconobbe al Michetti un ruolo fondamentale nell’elaborazione del tema, ispirato da un episodio realmente accaduto cui assistettero entrambi presso il paese abruzzese di nascita del Michetti, Tocco Casauria: “[…] tutti e due, d’improvviso, vedemmo irrompere nella piazzetta una donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa, inseguita da una torma di mietitori imbestiati dal sole, dal vino e dalla lussuria. La scena ci impressionò vivamente: Michetti fermò l’attimo nella sua tela che è un capolavoro; ed io rielaborai nel mio spirito, per anni, quanto avevo veduto su quella piazzetta: e infine scrissi la tragedia”. È verosimile che un evento reale abbia ispirato i due artisti e che Michetti per primo abbia iniziato la sua personale riflessione sul tema, come dimostrano i numerosi studi, bozzetti, repliche e varianti ad esso dedicati, a partire già dal 1879 con l’opera a tempera e matita su carta intitolata Scena Umana. Sono note altre repliche con la medesima impostazione compositiva, tra cui quella realizzata nel 1895 con ogni probabilità in vista della partecipazione alla Biennale di Venezia, oggi appartenente alla Collezione UBI Banca di Chieti, scartata poi dal Michetti che, insoddisfatto del risultato, preferì invece presentare all’Esposizione veneziana il dipinto oggi conservato a Pescara.

LO STILE

Pur mantenendo fede ad una narrazione realistica, nel dipinto di Pescara l’artista concentrò tutti gli aspetti più sperimentali individuati dalla critica in molta parte della sua produzione di questi anni, quali una semplificazione della composizione basata su poche linee essenziali, una riduzione della tavolozza ai toni delle terre e dei verdi, con rare emergenze di colore acceso come, in questo caso, nell’azzurro del cielo o nelle due campiture rosse agli angoli opposti dell’opera, un ductus veloce delle pennellate che si liberano “in larghe e sintetiche sciabolate capaci di unire figure e paesaggio senza soluzione di continuità”. Una nuova essenzialità di linguaggio dunque, sia nel disegno che nel colore, in cui Ugo Ojetti riscontrava un riferimento a fonti quattrocentesche quali l’opera di Masaccio e di Piero della Francesca. La sintesi simbolica sui temi e sui contenuti raggiunta da Michetti ne La figlia di Jorio appare strettamente legata alle sue formule espressive e inscindibile dalla ricerca formale e tecnica con la quale egli mira ad “andare oltre il visibile per captarne, attraverso le sue linee, la sostanza perenne e
immutabile”. 

L'ARTISTA

Francesco Paolo Michetti compie i primi studi artistici a Chieti. Il suo innegabile talento induce la città abruzzese a conferirgli nel 1868 un pensionato per studiare presso l’Accademia di belle arti di Napoli. Nella città partenopea è attratto soprattutto dal realismo di Domenico Morelli, dei Palizzi e dei pittori della scuola di Resina. Nonostante la frequentazione saltuaria dei corsi accademici, nel 1869 consegue per due volte il premio di incoraggiamento destinato ai migliori studenti. Nel 1871 si lega, probabilmente attraverso Giuseppe De Nittis, al mercante Friederich Reitlinger, per il quale dipinge opere destinate al mercato internazionale. Già in quest’anno suoi lavori sono esposti alla Nineteenth Annual Winter Exhibition della French Gallery di Londra, mentre l’anno successivo presenta al Salon parigino Ritorno dall’orto e Sonno dell’innocenza, acquistati dall’influente mercante Adolphe Goupil per trarne delle riproduzioni a stampa. Artista in ascesa attira l’attenzione della critica e vince uno dei due premi per la pittura all’Esposizione nazionale Napoli del 1877 con La processione del Corpus Domini. Le partecipazioni a importanti rassegne divengono alla fine del decennio sempre più intense. Nel 1882 illustra Canto Novo di Gabriele d’Annunzio edito da Angelo Sommaruga. L’anno successivo segna una svolta nella produzione dell’artista. Il monumentale dipinto Il voto, presentato all’Esposizione internazionale di Roma, colpisce la critica e il pubblico per il verismo con cui è descritta la festa di San Pantaleone a Miglianico. L’opera, recensita da d’Annunzio sulle pagine del “Fanfulla della Domenica”, entra nelle collezioni della Galleria nazionale d’arte moderna. Nello stesso periodo Michetti acquista il convento di Santa Maria Maggiore a Francavilla, dove vengono ospitati gli amici Costantino Barbella, d’Annunzio, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio e Francesco Paolo Tosti. La nuova casa diviene così un polo d’attrazione per artisti come Giulio Aristide Sartorio, Guido Boggiani e Basilio Cascella, che vi trascorrono lunghi periodi dipingendo in reciproca compagnia. Particolarmente stretto è il rapporto con d’Annunzio, che a Francavilla scrive Il piacere (1883-84), L’innocente (1890-92) e una parte del Trionfo della morte (1889-94). In compagnia dello stesso d’Annunzio, di Barbella e dello studioso di folklore locale Antonio De Nino l’artista si reca in visita nelle più remote località abruzzesi per realizzare reportage fotografici in occasione delle festività tradizionali, raccogliendo il ricco materiale iconografico più tardi utilizzato nelle tele monumentali Le serpi e Gli storpi (entrambi Francavilla a Mare, Museo Michetti) presentate nel 1900 all’Esposizione universale di Parigi. Nel 1895 il dipinto La figlia di Jorio (Pescara, Palazzo della Provincia) è premiato alla I Biennale di Venezia. Negli ultimi trent’anni della sua vita, lavora in maniera ciclica sui temi di abruzzesi, cogliendo l’essenza ultima del reale attraverso una pittura fatta di linee e segni sempre più astrattizzanti. Nominato Senatore del Regno nel 1909, l’anno successivo accetta di inviare alla Biennale di Venezia quindici paesaggi abruzzesi, esposti un’unica sala. Si tratta della sua ultima uscita pubblica, seguita da vani tentativi di convincerlo a presentare nuovamente al pubblico le sue opere. Nel 1912 accetta, tuttavia, di far parte della Commissione ordinatrice della Galleria nazionale d’arte moderna e nel 1921 della Commissione acquisti della stessa istituzione. Si spegne nel convento di Francavilla per una polmonite il 5 marzo 1929.

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